Trilogia del Sistema. I Valori del Sistema Vs. I Controvalori. Professionalità Vs. Amatorialità

È quasi un anno che sono entrata nel Sistema, quasi un anno da quando predisposi la mia mente vergine cresciuta nel libero campo delle arti liberali, a ricevere istruzioni per diventare una professionista del Sistema. Esso infatti a ogni nuovo processo di reclutamento, raccoglie adepti grezzi e impervi, ragazzi della campagna dello spirito e li consegna a un formatore.
Il formatore, figura chiave per l’ iniziazione al Sistema si occupa della tua adesione a un programma studiato a puntino, un misto tra la scuola dell’obbligo e il servizio militare che ci rende tutti perfetti adepti capaci di ubbidire agli imperativi del Sistema e ci addestra ai suoi valori: Produttività, Multitasking e infine Professionalità.
Quello che il Sistema ci chiede è di essere Professionali, monomaniaci nel nostro compito, esperti del settore, sempre attenti, lucidi ma empatici, fermi ma mansueti nel porgere l’altra guancia all’ insulto ignorante di turno. Mai strafare, mai overeacting, sempre sorridenti e gentili, ringraziare sempre, arrabbiarsi mai.

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Occore conoscere tutti i cavilli del settore per rispondere a tutte le domande con prontezza di spirito. Come era prevedibile sin dal principio di questo post, niente di tutto ciò ha intaccato la mia anima perennemente dilettante. Ogni qualvolta che il cafone incolto di turno mi dice tronfio nella sua boria “ma come, non lo sa? Dovrebbe saperlo, non ve lo insegnano? Se non conosce il suo lavoro non è colpa mia” io vorrei rispondere, “no, non lo so perché ho sempre seguito i moti dell’anima, rifugiandomi tra una colonna dorica e un capitello corinzio, mentre la mia mente si dilettava in anamorfosi barocche, guardando attraverso un arco ogivale, prospettive in fuga verso paradisi gaugueniani” e invece no, non posso, non è professionale, devo scusarmi, ringraziare, ringraziare sempre.
Tuttavia il Sistema in cui lavoro, si dimostra sempre tollerante con i miei sbotti improfessionali e tra un grazie e l’altro posso far trasparire il mio super improfessionale sarcasmo.

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Altri Sistemi di cui invece volevo fare parte hanno sempre rigettato sul nascere la mia indole poco specialista. Ricordo i tempi quando spulciare gli annunci di lavoro disponibili era un calvario con tappe di via crucis nell’affrontare la mia propria inadeguatezza, ero sempre troppo o troppo poco per qualunque lavoro, avevo una cultura che abbracciava tutte le materie umanistiche più o meno, ma mancava sempre una specializzazione malata in un microscopico ambito di conoscenza e se per adeguarmi al mercato avessi deciso di pagare per un ulteriore corso di formazione, non sarebbe cambiato nulla, ci sarebbe stato di nuovo una richiesta di specializzazione sulle virgole dell’htlm, o sulla curvatura delle chiappe dei puttini del Serpotta. Non importava quale fosse il campo dello scibile, quello che si chiedeva era sempre to be professional, (si sa, in inglese sounds everything more professional).

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“No one likes being called an amateur, a dilettante, a dabbler. […] “Unprofessional” is an easy insult. […]The professional always makes the right moves, knows the right thing to say, the right name to check. Controlled and measured, the professional never fucks the wrong person or drinks too much at the party. They never weep at the opening, never lay in bed for days too depressed, sick, broken to move. ” [1]

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Tutti vogliamo essere professionisti, nessuno vuole essere un amatore, un dilettante. Mi ricordo di quando ero più giovane e fresca di romanticismo e sturm und drung, ogni giorno mi accingevo a rubare il fuoco agli dei, e quando qualcuno mi chiedeva se dipingere fosse il mio hobby, io mi trasformavo in un’arpia ardente nel sacro fuoco dell’arte!” Non sia mai! Sottomettiti alla sacra verità dell’arte!come hai osato! Dipingere un hobby? Io sono una professionista!Brucia plebeo”
Passa il tempo, le delusioni aumentano e non solo quelle d’amore, e il nostro ego pieno di volontà di potenza, (i giovani si sa, sono tutti nietzchiani,) si ridimensiona e accetta tutte le sfumature dello stare al mondo.
Ho iniziato col tempo a capire che le parole hobby e amateur, non erano una bestemmia alle muse, ma una delle più pure e disinteressate espressioni di codeste.

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“I critici che hanno fatto propria la logica capitalistica della monetarizzazione sottovalutano il fatto che le pratiche amatoriali esprimono la volontà di svincolarsi dalle catene di una vita dall’aspetto inevitabile e oppressivo e gettarsi in un mondo di apparenti occasioni, libertà e sogni. Una condizione consapevole di fuga dal mondo necessaria all’esistenza. Un dopolavoro sofisticato che corrisponde alla volontà di seguire l’andamento rapsodico tipico dell’identità umana.” [2]

Dilettarsi è sempre stato nella natura dell’uomo e l’essere un amatore di qualcosa mai è stato un insulto fino ad arrivare al 700, leggendo per esempio il Dilettante di Goethe e Schiller in cui compare tutto lo snobistico disprezzo per questa figura.
“La parola dilettante non si trova nella lingua italiana più antica. Significa un amatore delle arti che non vuole solo contemplare e godere, ma anche prendere parte all’esercizio di queste. […]Il dilettante sta all’arte come colui che fa un lavoro abborracciato sta al mestiere. […] Dilettante si diventa. Artista si nasce” [3]

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Gli umanisti coltivavano una cultura che abbracciasse filosofia e poesia, senza i recinti sterili dei settori scientifico-disciplinari, finché accadde che un gioco di sottile divisione tra granelli di sabbia passò la palla o il granello ai vari Cartesio, Illuministi vari, Comte, Smith, Taylor, Weber e si delineò sempre più quella che Giuliano Da Empoli, prendendo in prestito la definizione di José Ortega y Gasset definì come la figura dell’Ignorante Istruito. L’ignorante istruito altro non è che l’esperto, lo specialista.

“Egli non è colto, perché ignora formalmente tutto ciò che non rientra nella sua specialità, ma non è neppure ignorante, perché è uno scienziato e conosce assai bene la sua piccola porzione dell’universo. Potremmo definirlo un ignorante istruito, il che è un vero problema, perché significa che si tratta di una persona ignorante non come gli ignoranti di una volta, bensì con la particolare petulanza di chi è competente nella propria specifica materia” [4]

L’ignorante istruito nella sua esistenza pedissequa, fa una summa di tutti i vari pensatori razionalisti e positivisti costruendo su questi le basi della sua torre di controllo, incosapelvomente il più delle volte.

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“Da Cartesio, innanzitutto, il culto della Ragione. L’ignorante istruito fa un uso sproporzionato della parte sinistra del cervello, quella che assomiglia a un computer e gli permette di coltivare il pensiero astratto, l’analisi formale e il calcolo matematico. Dagli enciclopedisti, l’ignorante istruito accetta il principio della compartimentazione del sapere. […] Come Comte e i positivisti, l’ignorante istruito pensa che tutto possa e debba essere calcolato con precisione. A ogni disciplina i suoi codici, le sue regole, le sue verità. L’ignorante istruito pensa che il mondo sia un sudoku: a ogni domanda una e una sola risposta. […] Da Taylor e soprattutto da Max Weber, massimo teorico della burocrazia, l’ignorante istruito accetta l’idea di un percorso professionale determinato dall’acquisizione di credenziali tagliate su misura per il proprio compito.” [4]

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Ma la torre di controllo dell’ignorante istruito vacilla sempre più con le potenti scosse sismiche che arrivano dalla nostra realtà contemporanea, ogni sapere piramidale viene sempre più a essere demolito, lasciando crescere dai suoi pezzi sparsi una realtà ramificata e rizomatica.

“Se, fino a poco tempo fa, si pensava che il progresso camminasse sulle gambe di professionisti sempre più specializzati, oggi tornano alla ribalta i «nuovi umanisti», una generazione di scienziati e di imprenditori, di artisti e perfino di militari che ha iniziato a far saltare le barriere tra le diverse discipline per adottare un approccio più complesso alle sfide del nostro tempo” [4]

É inoltre emersa recentemente una figura che unisce la caparbietà dell’ignorante istruito alla fresca indisciplina dell’amatore; si tratta del Pro-ams.
Per i Pro-ams, il piacere dell’attività non è fine a se stesso, ma é attivo e partecipativo, che coinvolge l’uso di conoscenze e abilità spesso consolidate e costruite su una lunga carriera con sacrificio e frustazione.

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“The Internet is critical for group formation and communication. Mobile phones are important for smart mob formation (and no less significant, for doing the sort of real-time bricolage that defines the lives of people with multiple demands and interests).They’re also beneficiaries of beneficiaries of an “explosion of specialist magazines, catering to specialist tastes and interests,” (45) that serve as tools for sharing skills and building public, common identities.Marketing is another tool for group formation. […]The ability– both technical and psychological- of people to organize and innovate cannot but be good for democracy. Conversely, the level of Pro-Am engagement in a society is a good measure of its freedom.” [5]

In tutti i vari campi del sapere, l’amatore ha più libertà di sperimentare e innovare, l’indice di amatori nella popolazione è una buona misura del grado di libertà di una società.
L’amatore con la sua organizzata anarchia dello spirito, sabota i confini delle disciplime per generare percorsi inediti, come l’outsider e il nomade che vien da fuori varca le frontiere tra i saperi, diventa mediatore, nodo nella società rizomatica.

Chiaramente con questo, non voglio contrapporre all’Ignorante Istruito il pericoloso Colto Ignorante e non intendo che lo studio specialistico sia da cestinare come dominio autoreferenziale di ogni tecnocrate attuale, è chiaro che se vuoi avere il dominio di una cosa devi studiarla così a fondo quasi da dimenticarne lo studio e farla diventare un atto così naturale come camminare, quello che auspico è una visione globale che non trascuri una a favore dell’altra cosa, un invito alla sana indisciplina dell’amatore e allo svincolarsi dalla logica secondo cui una cosa vale nella misura di quanto possa essere pagata.

“It’s not that artists shouldn’t be paid for their labor, but we ought to refuse the assignation of value and worth purely based on salability or the validation of institutions. Systems will always seek to swallow us. […]
For the time being we live under capitalism, but we don’t have to be broken down into its systematic alienations, divisions, inequalities, reductions of all value to market-value.” [1]

Attraverso la sana indisciplina del dilettante resistiamo all’efficienza ed esattezza degli ingranaggi unti di ogni istituzione, contrapponendo tutta la nostra imprevedile fallibile sensibilità di essere umani.

“Unprofessionalism is asserting our right to be human against this machine.”[1]

Siamo giardinieri amatori della nostra mente, facciamo decoupage con i frammenti della nostra memoria, patchwork dalle nostre ferite, costruiamo tassello per tassello la nostra identità senza istruzioni ikea, dilettiamoci nella stupenda arte delle nostre vite allo sbaraglio.

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[1]How To Be an Unprofessional Artist – Andrew Berardini

[2] La società degli Amatori – Tito Vagni

[3]Il dilettante e altri scritti sull’artista nella letteratura tedesca – Goethe, Schiller

[4] Contro gli specialisti. La rivincita dell’umanesimo – Giuliano da Empoli

[5] Notes on “The Pro-Am Revolution” –  Alex Soojung-Kim Pang

 

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